Coronavirus-talk di Maurizio Persiani

È una questione di abitudine. Ci vuole qualche giorno, ma alla fine ricordi che per uscire devi indossare guanti di lattice e mascherina antivirus. E quando sei fuori ti accorgi del vuoto che hai intorno. Cammini per strade deserte, dove passano rare automobili e pochissimi esseri umani che, quando si incrociano, si spostano di lato mantenendo le distanze. Le stesse che manteniamo nelle file davanti ai supermercati e alle farmacie e alle poche attività ancora aperte al pubblico.
Ti senti come vivere in un sogno. Ma non lo è. Anzi, è una cruda realtà. Il vuoto è ovunque nella città non più rumorosa, dall’aria improvvisamente respirabile che, però, fatichi a respirare attraverso la maschera che ti preme sul volto.

Giri, non ti allontani molto da casa, rispetti le regole, non perché sei diventato ligio al dovere, perché hai paura di qualcosa che è nell’aria e non vedi. Come i fantasmi che non ti lasciano mai, magari si nascondono e aspettano il momento giusto per comparire e metterti ko.

Torni a casa, tanto incontri nessuno, parli con nessuno, nessuno ti cerca, e prendi l’ascensore. Un cartello dice: pregasi usarlo uno alla volta. Giusto. Alla signora che è entrata ora nell’androne, una volta avrei detto: si accomodi, ma entro prima io che scendo dopo di lei. Ora le apro la porta dell’ascensore e le dico: prego, vada lei. E lei mi sorride: che uomo gentile! mi dice. Già, gentile. Sarei salito volentieri con lei, è una bella donna, e non si rende conto che il mio gesto è dovuto alla paura.

Dicono: il virus circola nell’aria. Che facciamo, non respiriamo? Lo possiamo inalare in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo. Per strada come a casa. Sono a casa, nel silenzio del piccolo appartamento che mi ospita da una vita. Poso i pacchi della spesa, lavo le mani con il gel e riprendo il tran tran quotidiano che mi aspetta a ogni rientro: cucino, vedo la Tv, leggo i giornali, poi mi invento qualcosa per ingannare il tempo che si è dilatato in modo inusuale.
Per fortuna ho i miei fantasmi a tenermi compagnia. Sono i pensieri, i tormenti della mente che sanno quando farmi compagnia. In genere quando cado in depressione. Ormai, dopo venti e più giorni di clausura la depressione è una condizione normale. Hai voglia a dire: fai ginnastica, leggi qualche libro, gioca al solitario, guarda la Tv, ascolta buona musica. Tutto vero, tutto attuabile, ma poi c’è il momento in cui i fantasmi ti circondano e cominciano il balletto che poi è una macabra danza. Per esempio, quando leggi un giornale o accendi la Tv e leggi o senti quanti morti si contano oggi. Allora ti travolge un mare di domande: quante settimane di clausura ci spettano ancora? È vero che il virus è aggressivo e vive nell’aria più del previsto? E i vaccini, quando arriveranno? Non è vero che hanno trovato un farmaco che elimina il virus? È vero che faremo i tamponi? Ultima notizia: per un tempo indeterminato dovremo indossare la mascherina obbligatoria per uscire.

E poi ti rammentano che, alla tua età, se ti becca il virus sei spacciato. In Spagna lo hanno dichiarato pubblicamente: se hai più di settanta anni e non sei proprio in forma, ti lasciano al tuo destino; se sopravvivi bene, altrimenti… Hanno ragione, tutte le specie animali adottano lo stesso principio: si sacrificano gli anziani per far sopravvivere la specie.  Va bene, d’accordo, ma non ditelo a me che di anni ne ho tanti e resto chiuso in casa con i miei fantasmi… forse dovrei fare come gli anziani pellerossa che, giunti alla tarda età, si ritiravano in cima alla collina senza cibo né acqua e aspettavano sereni che Manitù li accogliesse tra le sue braccia? No, non è da me. Oggi ho il cuore leggero e scaccio i fantasmi.
Una buona notizia fa capolino tra le tante tragiche: stamane è nata una bambina da una madre affetta da coronavirus. La madre sta bene e la bimba gode di ottima salute. La vita prosegue.

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