Siete in aeroporto, state passando i controlli per poter accedere agli imbarchi. Aspettate che il vostro bagaglio esca dal buco nero dello scanner, ballonzolando sopra il tapis roulant. Quando afferrate la borsa, un agente vi si fa incontro e vi prega di mostrargli il contenuto.

Docilmente, anche se un po’ infastiditi, acconsentite, consci del vostro essere “puliti”. Cominciate a tirare fuori vestiti appallottolati, libri e altre cianfrusaglie, ma quando arrivate a un barattolo da 500 grammi di burro d’arachidi l’agente vi ferma e vi informa, senza tradire nessuna emozione, che non potete portarlo a bordo, potrebbe trattarsi di materiale pericoloso. Provate a spiegargli che è un regalo per il vostro compagno, particolarmente magro e bisognoso di grassi,  aggiungete che è sigillato, che può persino provarlo, ma niente sembra scalfire quella maschera impassibile e quella determinazione ostinata. Mantenendo quella faccia di cemento vi comunica che, se non volete buttare il burro d’arachidi, potete pagare 40 sterline per far imbarcare il bagaglio. Peccato che il barattolo e il suo pericoloso contenuto ne valgano appena 3. Lentamente in voi si insinua il dubbio che l’individuo che avete di fronte non sia propriamente umano, che somigli piuttosto ad una macchina e anche particolarmente primitiva, o a un essere umano che abbia abdicato alla propria autonomia, al proprio senso critico.

Quello dell’androide, del simulacro, è uno dei temi principali di Dick, sicuramente il suo più famoso. Nell’umano sintetico è possibile individuare una delle sfaccettature, delle declinazioni, del grande tema dickiano sulla realtà, sulla sua vera natura e sul velo che ci separa da essa. Due romanzi in cui il tema dell’androide è centrale sono I simulacri, scritto nel 1963 e pubblicato nel 1964, e Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, scritto nel 1966 e dato alle stampe nel 1968, ispiratore nel 1982 del famoso Blade Runner. Entrambi descrivono società fortemente disgregate, repressive, oscure, distopiche, dove gli androidi svolgono un ruolo centrale per la sopravvivenza, sia in funzione rappresentativa, nel primo, che in funzione fattuale, nel secondo. I simulacri sviluppa una delle trame più complesse di Philip Dick, un continuo frammentarsi di punti di vista e di passaggi da un personaggio all’altro, tanto da renderlo un insieme poliedrico in cui è difficile trovare una predominante. Nel Ventunesimo Secolo gli Stati Uniti d’Europa e America governano, per mano di una coppia presidenziale, su una società divisa in due grandi caste: i Ge, abbreviazione di Geheimnis, i detentori dei segreti, come suggerisce la parola tedesca, e i BeBefehaltrager, coloro che eseguono gli ordini. Due multinazionali, una dedita alla costruzione di androidi e l’altra alla produzione di medicine, e un diabolico venditore di astronavi a basso costo, utili per emigrare su Marte, agiscono sullo sfondo di questa società oppressiva. Un’imprevedibile serie di eventi porta i protagonisti a fare i conti con la reale natura della società e a sfatare le bugie su cui si regge il potere. Ma gli androidi sognano pecore elettriche? racconta l’ultima – ma non è una certezza – giornata di lavoro di Rick Deckard, che si guadagna da vivere “ritirando” gli androidi fuggiti da Marte che approdano sulla Terra per mescolarsi agli umani rimasti, ultimi abitanti di un pianeta ormai distrutto dalla guerra nucleare e dove tutto tende a divenire “palta” (kipple nell’originale) e possedere gli ormai rari animali non sintetici è uno dei più importanti status symbol. Costretto da alcuni eventi ad approfondire il suo rapporto con questi surrogati di umani, Deckard si troverà vittima di una crisi di coscienza e inizierà a domandarsi qual è il limite che distingue gli androidi, portando la riflessione fino alla sua inevitabile conclusione, cioè che questa differenza è veramente esigua. Su tutto incombe una scatola che permette di indurre qualsiasi emozione e sensazione a piacimento, e una religione, a essa connessa, che prevede una fusione empatica tra tutti i suoi partecipanti, il Mercerianesimo, dal nome del suo fondatore Mercer, un moderno Tantalo che viene martirizzato ad aeternum. Comune a entrambe le opere un finale che sembra suggerire un andamento circolare e ineluttabile, un ritorno al punto di partenza, ma determinate esperienze e conoscenze non si possono cancellare o ignorare.

La relazione che si genera tra i due romanzi getta luce su un periodo della vita di Dick, quello più o meno corrispondente agli anni ’60, e sull’evoluzione che le sue tematiche hanno subito in questo periodo. Il tema della verità ultima della realtà viene analizzato attraverso la figura del simulacro e in particolare di quello che potrebbe essere definito la sua forma principe: l’androide, ovvero il simulacro di essere umano. C’è una notevole differenza tra i due romanzi che possiamo anche attribuire al fatto di essere stati scritti prima – I simulacri – o dopo, de Le tre stimmate di Palmer Eldritch. Quest’ultima opera può ben rappresentare uno dei punti di svolta della produzione dickiana e segna il passaggio da una narrazione sociologica, ad una più metafisica e psicologica. Se infatti ne I simulacri vengono descritte le emozioni suscitate dal rapporto con l’istituzione, in Ma gli androidi viene raccontato principalmente il trasporto suscitato dalla relazione diretta con un simulacro, il problema della realtà o della falsità viene portato all’interno degli individui, che sono anche androidi. Se nel primo le copie, anche quelle non robotiche, sono spietate, prive di umanità, completamente determinate dalla loro posizione e dal loro ruolo, nel secondo sono tenere, ingenue, indifese, suscitano la Caritas paolina, l’Agape greca. Dall’essere creature distanti e fredde, gli androidi sono diventati tanto simili a noi da rendere problematico il nostro stesso riconoscimento. Il movimento che si viene così a dispiegare è dal generale al particolare, dall’esterno all’interno, un filo che si dipana costantemente nell’opera dell’autore visionario fino alle sue conseguenze più estreme, racchiuse nella  “trilogia” metafisica di Valis. D’altra parte la differenza che corre tra le due opere può essere anche fatta risalire ai cambiamenti che subisce la vita di Dick in quegli anni. Se il primo dei due romanzi è redatto mentre lo scrittore vive nella contea di Marin con la sua seconda moglie, Anne, una donna dalle abitudini borghesi che pretende di essere mantenuta e che velatamente disapprova e sminuisce la sua naturale inclinazione per la letteratura di nicchia, invece il secondo è frutto dell’intenso ritorno a Berkeley, dov’è considerato uno scrittore di riferimento dai fan e dai freak che compongono l’entourage delle sue frequentazioni e dove passa piacevoli anni con la sua nuova compagna, Nancy. Questa maggiore sicurezza si riflette anche nelle sue opere dando vita a scenari ugualmente disperati, ma meno cinici. Ciò che definitivamente contraddistingue l’opera di Dick dalla fantascienza classica è il suo sguardo da sociologo unito alla sua passione esoterica e teologica. Come afferma il filosofo Baudrillard in un suo breve saggio sul simulacro (stampato in appendice all’ultima edizione de I simulacri del febbraio 2007): la fantascienza di Dick non si limita a riprodurre le possibilità del reale in maniera smisurata, essa si pone come modello, quindi può in qualche modo anticipare la realtà. Da un determinato punto di vista non c’è più fiction. Scrive esattamente il filosofo: “La quotidianità dell’habitat terrestre elevata al rango di valore cosmico, ipostatizzata nello spazio – la satellizzazione del reale nella trascendenza dello spazio – è la fine della metafisica, è la fine del fantasma, è la fine della fantascienza, è l’era dell’iperrealtà che comincia”. In questa iperrealtà, il possedimento più banale, quello di un animale domestico, è esaltato a supremo metro di riconoscimento sociale e un addetto alla sicurezza di un aeroporto può chiederti con tutto il candore del mondo se vuoi spendere 40 sterline per del normalissimo burro d’arachidi che ne vale 3, solo perché qualcuno l’ha programmato per fargli pensare che quella possa essere una sostanza pericolosa.

di Riccardo Melito