Apro per la prima volta la porta della mia cantina, e ci faccio entrare una giovane autrice che di certo non disdegna il nettare di Bacco. L’intervista con Valentina è una sfida. Devo uscire dai panni dell’amico per entrare in quelli del caustico intervistatore, e direi anche in quelli del collega (di sogni, di percorso) invidioso. Perchè, credetemi, la forza violenta che c’è nella scrittura di Valentina è rara, difficile da trovare, impossibile da simulare. O ce l’hai, o non ce l’hai. E’ qualcosa che parta da dentro e che arriva dentro, coglie il lettore indifeso. Fa male. Non accetta mediazioni. Non indulge in lirica e sviolinamenti. Di esordi così ne ho visti pochi. Maneggiare con cura. Bisogner aprire una bottiglia buona.

Sediamoci, Valentina, e parliamo. Sono stato indeciso su cosa stappare per te, romana DOC. Anzi, DOCG. Ti lascio la scelta tra questo EST EST EST di Montefiascone, che deliziò nel 1111 Martino, coppiere del vescovo Defuk al seguito dell’imperatore Enrico V, e un Cesanese del Piglio, per tanti anni l’unica DOCG regionale, prima delle aggiunte del 2011. Un bianco e un rosso, entrambi fermi. Per il Cesanese ti lascio anche la scelta per una bottiglia giovane o una di Superiore, più corposo ed evoluto. Cosa preferisci? 

Io prendo un prosecco, è la mezza, l’ora dell’aperitivo!

iniziamo bene. Io prendo comunque il Cesanese Superiore. Un vitigno sottovalutato, riuscito a farsi notare in una regione nota per i suoi bianchi leggeri, beverini, profumati che “fanno assaggiare l’infinito a tutta la gente di bocca buona”, come canta Guccini. Ma veniamo a te. Longanesi seleziona la tua opera nell’ambito della prima edizione di Ioscrittore, Stefano Mauri ti prende sotto la sua sapiente ala, ti affianca Fabrizio Cocco, uno dei migliori editor del team. Ed ecco “Il rumore dei tuoi passi”. La prima domanda è scontata: come ci si sente?

La prima risposta che mi viene in mente (e che tu già sai, perché mi conosci) è: male! Prima della pubblicazione, l’emozione è talmente tanta che non ragioni più, ogni cosa ti sembra impossibile e ogni difficoltà insormontabile. Dopo l’uscita del libro un po’ d’ansia passa, e la gioia di vedere il romanzo esposto in vetrina nelle librerie, è imparagonabile, non si può spiegare. E’ una cosa che auguro a tutti quelli che amano scrivere.

Il tuo romanzo è un cazzotto nello stomaco, lasciatelo dire. La copertina persino inganna. Fa pensare a una “tranquilla storia d’amore” tra adolescenti. Invece… finisci tu la frase.

…e invece è un gioco al massacro. I due protagonisti si amano sì, ma si odiano anche. Cercano di proteggersi e di distruggersi a vicenda. Il loro non è un legame pacifico e tranquillo, tutt’altro.

La periferia, la provincia, la stessa Roma. Realtà spesso rese liriche e leggere nei romanzi e che tu, invece, descrivi con tratti aspri, violenti, quasi rancorosi. Come mai? 

Anche se poi, nel romanzo non viene mai nominata la città dove è ambientata la storia (come se fosse una città di fantasia) ho voluto raccontare di posti che conoscevo, perciò ho preso ad esempio Roma, che è la mia città, dove sono nata e vissuta. L’idea che si ha di Roma è quella di una città eterna, elegante, caotica ma col suo rigore, ricca di storia e cultura. Ma Roma non è solo quella dei turisti. Roma è anche quella delle borgate e delle periferie, quella con i mostri di cemento tirati su dal nulla e nel nulla, quella dei palazzi con i panni stesi fuori ad asciugare e delle chiese postmoderne, brutte come un cazzotto in un occhio. Anche quella è Roma, e anche lei ha una sua bellezza.

So della tua passione per Ammaniti. Ma chi sono gli altri scrittori a cui devi qualcosa? Chi ti ha ispirato, se qualcuno lo ha fatto.

La mia passione per la scrittura di Ammaniti è cosa di dominio pubblico, ma non è il solo che amo. C’è Benni, c’è la Mazzantini, C’è Medina Reyes e poi quelli che ho cominciato a leggere durante la pre adolescenza e che non ho più lasciato, Wilbur Smith, Ken Follett, Stephen King (mi ricordo che da bambina nella calza della befana niente dolci, ma libri di King) e poi se comincio a pensare a tutti gli scrittori che mi piacciono e che mi hanno lasciato qualcosa, finiamo stanotte, davvero.

La domanda – odiosa, lo dico per esperienza – è: quanto di te c’è in Bea e Alfredo? Quanto di autobiografico nella storia che racconti? 

Di autobiografico niente. Posso solo dire che per tracciare i connotati della Fortezza ho preso spunto dal quartiere dove vivo, a com’era negli anni ’80, ma è solo uno spunto. La Fortezza non è reale, Bea e Alfredo non sono reali. Anche se, qualcosa del mio carattere poi può essere facilmente ritrovato nel carattere impossibile di Bea, la protagonista.

Ne approfitto per chiederti: cosa fa Valentina quando non scrive e non dorme?
Disegna, perché illustrare fiabe è il suo lavoro, divora libri, esce con gli amici. Quello che fanno tutti, praticamente.

Altra domanda di rito: progetti futuri? A cosa stai lavorando?

C’è un nuovo romanzo in cantiere ma non accenno altro. E poi beh, ho anche l’illustrazione, che ultimamente sto un po’ trascurando.

Meno di rito: dove e come si vede Valentina D’Urbano tra 10 anni?

Non ne ho idea. Non so vedermi domani, figuriamoci tra dieci anni. So quello che vorrei però: una casa mia e la possibilità di fare il lavoro che mi piace. Non mi pare di chiedere molto.

E io spero che tutto vada per il meglio, Valentina. Per la prossima volta, però, tengo in serbo in cantina un’altra bottiglia di Cesanese Superiore. Non sai cosa ti perdi.

di Giuliano Pasini