Primavera 2020 di Maria Grazia Orlandini

Il sole è sfavillante dopo quattro giorni di cappa grigia, di quel grigio spesso che copre il cielo e annulla i colori e la voglia di fare. Sono seduta sulla sdraio del balcone, ho gli occhiali e nelle mani un libro, le pagine ferme sullo stesso punto. Colgo per la prima volta i particolari di un paesaggio che ogni giorno vedo, frettolosa, dalle finestre di casa mia. Un panorama conosciuto, scontato, quasi invisibile che riscopro in questa reclusione forzata dovuta al coronavirus: un nemico sconosciuto e invisibile che minaccia di ghermire tutti.

Guardo e ascolto. In questi giorni in cui l’umanità è agli arresti domiciliari, la natura ha ripreso il sopravvento sui rumori della città; odo i canti dei passeracei che credevo scomparsi, il chicchirichì di un gallo che razzola in un cortile sconosciuto, il tubare di una coppia di tortore che intendono accasarsi sull’albero del giardino, il frullare rumoroso delle gazze nel goffo tentativo di accoppiarsi: è la vita che gioisce al ritorno della primavera, mentre l’umanità si intristisce in casa nella paura e nell’angoscia.

Il sole di fine marzo, insolitamente caldo, ha risvegliato la natura con molto anticipo. Colgo sui grandi alberi, in basso, un inizio di colore tenero. Fra i rami ancora spogli, posso vedere la collina di fronte: grandi macchie di abeti scuri disegnano un quadro con il bianco dei pruni e dei ciliegi in fiore e spiccano fra tetti bruni di villette quasi invisibili. Posso distinguervi la tonalità di luce e di ombre che si allungano e nell’aria mi par di cogliere il pungente odore del ciliegio e del pruno in fiore, che io da sempre associo ai maggiolini della mia infanzia, abbondanti, grossi e famelici, oggi scomparsi.

Lo sguardo lentamente risale la collina fino alla torre merlata che svetta solitaria sulla cima, ritta come un re con la corona in capo.

Al di là le Alpi, con il loro manto carico di neve; si ergono contro il cielo di un azzurro intenso, irreale, coperto a tratti da nuvole bianche che si sbioccano al vento.

Belle le Marittime: le riconosco ad una ad una. Le ho tanto frequentate nella mia lontana gioventù, coperte dei fiori purpurei dei rododendri, ammantate dei colori della primavera dalle mille tonalità, aspre, pietrose e assolate nella fatica della salita quando la cima, che appena un attimo prima ti sembrava a portata di mano, pare allontanarsi sempre più, quasi per un dispetto del folletto delle nevi.

Ho bisogno di questa giornata di sole e di primavera per alleggerire la cappa che è caduta su di me e su tutti, una tristezza infinita che si rinnova e si moltiplica guardando la tv, scorrendo i giornali online, sentendo amici e parenti: una carrellata di malati e di decessi, una teoria di foto di ospedali e di sanitari, un racconto di sofferenze e di pericoli che possono colpire chiunque, soprattutto gli anziani come me.

Non ricordo una simile pandemia nella mia lunga vita. Eppure l’asiatica[1] ha colpito l’Italia quando ero una bambina e la mia famiglia non è stata immune dal contagio; anzi, ha contratto il virus in massa. Non rammento, tuttavia, la paura. Mi pare ancora di ascoltare mia madre dire dalla terrazza alla vicina: “Me pare l’è andà a tuché ‘l porte[2]”, frase che non richiama in me apprensione, forse perché dalle porte del paradiso il nonno era tornato.

Eppure un ricordo negativo rimane di quei giorni: il non aver potuto recitare la poesia al sindaco perché ero malata. Si doveva inaugurare il nuovo giardino davanti al municipio, una cerimonia importante in un paese dove mai nulla succedeva. La maestra mi aveva scelta per recitare alcuni versi di circostanza: ne andavo fiera. Mi ammalai di asiatica e, in una giornata grigia e piovigginosa, seguii con tristezza, da dietro i vetri della mia stanza, la cerimonia che si scorgeva appena.

Mi distrae dai ricordi un concitato vociare di gazze. Sembrano comari immerse in una disputa di condominio tanto la loro voce mi appare alterata e imperiosa. Poi, dalla villetta sottostante, si levano le urla improvvise di un uomo e di una donna irati e il pianto di un bambino, presto soffocati dalla finestra che si chiude. Non è facile la convivenza imposta.

Il sole comincia a declinare e l’aria si fa più fresca. È ora di rientrare.

Accendo la televisione sul canale delle notizie: “Oggi la curva dei contagiati di Covid 19 sembra appiattirsi, ma non scende: 81.562 le persone risultate positive al tampone, 1.347 più di ieri. 742 sono i deceduti, quattro più di ieri…“

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[1] Pandemia di influenza così chiamata, scoppiata a metà degli anni Cinquanta del XX secolo.