La presente intervista, rivolta alla casa editrice Caratteri Mobili, viene pubblicata grazie alla gentile partecipazione di: Arcangelo Licinio (domande 1, 2 , 3, 4) e Grazia Turchiano (domande 5 e 6), entrambi vi svolgono funzione di caporedattore.

(1) Caratteri Mobili nasce nel 2010. Se dopo pur così breve tempo, tu fossi chiamato a trarne un bilancio culturale, quali sono i tratti di maggior importanza/peculiarità che ti sentiresti di sottolineare per far capire “cos’è Caratteri Mobili” a chi ancora non la conosce?

La bellezza! A dare un senso, a confortarci quando abbiamo diretto lo sguardo alle nostre spalle cercando di riconoscere ciò che siamo stati in questo anno di vita, a orientarci nelle scelte di testi, autori, contenuti… c’è la bellezza. Vogliamo che i nostri libri siano belli, per il loro senso, le parole, il testo, ma anche per come appaiono sensibilmente, come oggetti tattili, visivi, estetici. Vogliamo che sia bello il rapporto con i nostri autori, con le persone con le quali collaboriamo. Questa bellezza, crediamo, è rivoluzionaria. Perché è un progetto culturale ma anche un progetto di relazioni. Il libro non è un oggetto qualunque (posto che oggetti qualunque esistano), tanto meno è solo merce (per quanto, ovviamente, lo sia anche): ha un suo modo d’essere che è la trama delle relazioni dalle quali nasce e verso le quali si orienta, producendole. E allora, per noi, fare libri in questo modo produce relazioni che, in misure differenti, modificano l’esistente: CaratteriMobili è un progetto di politica culturale.(2) Caratteri Mobili è molto attivo anche sul canale-riviste, con sguardo privilegiato sul mondo sia filosofico sia cinematografico. Quanto l’interdisciplinarietà vera è fondamentale in un’epoca come la nostra, in cui uno dei difetti maggiori pare essere quello di dover spaziare tra mille discipline anche senza approfondire alcun concetto?
Il postmodernismo, se inteso solo come viaggio rabdomantico nel già detto, citazione fine a se stessa, scrittura “nella forma di ciò che è stato”, volo sulla superficie al quale manca la forza di riconoscere lo spessore, paradossalmente profondo, della superficie stessa (volo che si arresta al superficiale, quindi) è la ragione che abdica a se stessa. Ragione che, kantianamente, non può che pretendere più di ciò che essa stessa può garantire e che, dunque, deve – per sua natura – produrre prospettive d’insieme, non morire nello specialismo, nel tecnicismo disciplinare, in altri termini, la ragione deve essere, come dici tu, interdisciplinare. O ancora: la scomparsa del sistema filosofico, del sapere enciclopedico o della stessa possibilità di un’enciclopedia delle scienze “in compendio” (giustamente falliti in quanto visioni di totalità), non può significare la rinuncia a seguire il desiderio d’infinito.

Prendi UZAK, la nostra rivista di cinema guarda all’infinito, non ha lo sguardo dell’esperto di cinema che rinuncia alla filosofia, alla letteratura, all’arte e, allo stesso tempo, non propone una chiusa, una totalità, appunto, nella quale tutti questi sguardi andrebbero unificati, ricompresi, sistemati in una trama definita e rigida di relazioni disciplinate e disciplinari.

(3) E-book, e-reader, ecc… si fa un gran parlare di scenari futuri e futuribili: qual è la posizione di Caratteri Mobili di fronte alle “nuove tecnologie”?

Molto semplicemente: crediamo siano nuovi media, qualcosa di “altro” rispetto al libro su carta e, quindi, rispetto a cui non ha molto senso porsi solo sul piano del paragone: è meglio per questo, è peggio per quest’altro. Inoltre, troviamo molto interessante la prospettiva che l’ingresso sul mercato di questi nuovi mezzi pone sul piano della ridefinizione del concetto di “testo” e, quindi, per quanto riguarda i processi di lavorazione editoriali di un testo. Già da tempo il contenuto iniziale di un prodotto editoriale era un qualcosa di elettronico (un file word, per lo più) il cui destino era di trasformarsi in un oggetto analogico: il libro su carta. Ora occorre iniziare a pensare – e quindi a lavorare – questo contenuto come un qualcosa il cui destino è molteplice: può diventare un altro oggetto elettronico, un oggetto analogico come prima, un oggetto multidimensionale, etc.

(4) Recentemente s’è fatto un gran parlare (su quotidiani, ma prima ancora in rete, su blog e siti) di “decrescita felice” (banalizzando il concetto, per concisione: pubblicare meno per pubblicare meglio). Ti chiedo se sei d’accordo con questa proposta, visto che stando a diversi dibattiti non pare cosa scontata il potersi relazionare positivamente ad essa.

Se decrescita significa pubblicare meno per pubblicare meglio, allora la domanda è: chi decide cosa è meglio che sia pubblicato? Se lo decidesse il mercato dubito che molti di quelli che hanno sposato questa battaglia si ritroverebbero. E se non è il mercato che facciamo? Istituiamo una commissione atta alla definizione della qualità dei libri che li valuti prima della loro uscita? Forse applicare in questo modo l’idea della decrescita al libro non funziona perché il libro non è una merce come le altre e la quantità esorbitante dei libri che vengono prodotti risponde alla diversità degli esseri umani che li immaginano e, talvolta, li leggono? Che facciamo, poniamo un limite al desiderio degli esseri umani di comunicare in quella forma che è il libro, un limite ulteriore oltre quello che già c’è – ed è pesante – determinato dalle logiche di mercato? Lasciamo che qualcuno decida a priori cosa è degno di essere comunicato nella forma-libro? Dichiariamo fuori legge il self publishing?

(5) In qualità di editore riceverai molti (o comunque diversi) inediti. Riesci a rilevare una tendenza verso cui le proposte editoriali sembrano orientarsi? E, non essendo queste tutte valide (il che mi pare naturale), cosa ti senti di consigliare a chi vuole “farsi conoscere” come scrittore?

Spesso, le proposte editoriali che arrivano in una redazione sono inediti di giovani autori “senza maestri”, che si affidano solo alla propria esperienza, alla propria immaginazione, alla propria capacità di costruire storie, senza avere alle loro spalle un forte bagaglio di letture che costituisca la base su cui creare ed elaborare il proprio stile di scrittura, o meglio, il proprio linguaggio, inteso come materia prima di una vera opera d’arte. Il linguaggio letterario, al pari di quello quotidiano, si è per questo terribilmente impoverito, è privo di fascino e di forza rivoluzionaria. Scriveva Heidegger nella sua Lettera all’«umanesimo», «il linguaggio è la casa dell’essere», indicando pensatori e poeti come i custodi di questa dimora. Uno scrittore che oggi voglia fare Letteratura deve sapere non solo abitare il linguaggio ed esserne custode, ma deve pure viverlo, attraversarlo, occuparlo. Per dirla con le parole di un grande scrittore italiano del Novecento, Paolo Volponi: «oggi noi non ce l’abbiamo più tutti una casa: e allora bisogna gettarsi nella corrente del linguaggio, nel suo strepito, nei suoi vuoti, non accontentarsi delle case false». Ecco, questo ci sentiamo di consigliare.(6) Ci anticipi un paio di novità di Caratteri Mobili, siano esse iniziative a largo respiro oppure “solo” titoli di nuove pubblicazioni?
Tra le prossime uscite CaratteriMobili, nella collana di culture pop, “Formiche elettriche”, una raccolta di saggi sui serial televisivi dal titolo To be continued. I destini del corpo nei serial televisivi, a cura di Claudia Attimonelli e Angela D’Ottavio, con i contributi, tra gli altri, di Marco Mancassola, Vincenzo Susca e Andrea Malagamba; nella collana di narrativa, “Molecole”, Il giorno in cui il comunismo è finito a tavola. Trentatré anni per smettere di mangiare bambini, di Fernando Coratelli.

di Stefano Costa