D – Grazie per aver accettato di rispondere alle nostre domande in un periodo per te così denso d’impegni. Parliamo prima del romanzo: si conclude “il 29 luglio 1981… c’era il matrimonio di Lady Diana d’Inghilterra”. Il 1981 è l’anno della tua nascita. Cosa significa questa coincidenza? È un ideale passaggio di testimone, il desiderio di approfondire gli anni che non hai vissuto per motivi anagrafici o altro ancora?
R – In realtà è stata davvero una semplice coincidenza, nulla di più. La data della morte di Colnaghi era già stata decisa nel romanzo precedente, Per legge superiore: il 1981 mi sembrava un buon anno dal punto di vista storico. Magari a livello inconscio qualcosa ha agito, ma non avevo deciso nulla a tavolino.

D – Nella nota finale dichiari che la figura di Colnaghi è “parzialmente ispirata a due magistrati democratici e di grande valore, entrambi uccisi da Prima linea: Emilio Alessandrini e Guido Galli”. Da dove nasce il tuo interesse per la connotazione politico-culturale della magistratura?
R – Più che per la magistratura, a me interessava la figura di Giacomo Colnaghi: il suo essere un giudice con delle caratteristiche particolari (democratico, convinto garantista, cattolico, di alto profilo morale) e proprio per questo preso nel mirino dalle formazioni di lotta armata. Come accadde per Alessandrini e Galli, Colnaghi cade perché è intelligente, bravo e preparato: cade perché è uno dei migliori, non un bieco repressore.

D – Il romanzo sviluppa in parallelo la storia di figlio e padre. Anche nella vita talvolta si manifestano parallelismi di questo tipo: tra genitori e figli, tra coniugi. Quanto incide la tua esperienza personale e/o familiare sulla scelta dei temi dei tuoi romanzi?
R – Difficile dirlo, anche perché cerco di tenere molto distante la mia vita privata da quanto scrivo. Poi inevitabilmente ci sono delle influenze, ma non amo parlarne — anche per una questione di pudore. Per Morte di un uomo felice, però, ho almeno due debiti evidenti: con mio padre, per avermi raccontato per primo la storia di Guido Galli; e con mio nonno materno, per le vicende di azioni partigiane cui aveva preso parte e che hanno ispirato la figura di Ernesto Colnaghi.

D – Uno dei (tanti) pregi del romanzo, a parer mio, è quello di rappresentare in modo efficace la confluenza e lo scontro delle principali radici culturali italiane: la matrice cattolica, quella democratica e popolare, la realtà operaia. Componenti che negli anni settanta si sono scontrate in modo esasperato nei movimenti terroristici. Come vedi i nostri giorni rispetto alla conflittualità che si è manifestata negli anni di piombo?
R – È una situazione paradossale, perché da un lato ci sono condizioni materiali di diseguaglianza spaventose, molto più ampie e diffuse di quegli anni; ma dall’altro c’è anche una sorta di rassegnazione e atomizzazione che impedisce il coagularsi di una forza comune. La quasi totale scomparsa della sinistra la dice lunga, in tal senso. Eppure potrebbe essere un momento ideale per una lotta dal basso che rimetta in equilibrio la bilancia sociale: dopotutto nell’ultimo decennio c’è stata una grande diffusione del movimentismo, così come un ritorno di forti impulsi libertari. E avremmo anche la chance di apprendere dagli errori passati, evitando quelle manie avanguardistiche del tutto staccate dalla realtà — e che hanno, come racconto anche nel romanzo, lasciato una spaventosa scia di sangue innocente.

D – In “Morte di un uomo felice” la storia del padre antifascista, Ernesto, vittima della violenza del regime, riecheggia i racconti delle generazioni che hanno vissuto quegli anni: un patrimonio di memoria che, con il trascorrere degli anni, si affievolisce. Qual è il ruolo della cultura e della letteratura in questo ambito?
R – Io dico sempre che un narratore deve raccontare delle storie senza secondi fini: una storia trova il suo scopo in sé stessa, nello sviluppo dei personaggi, e nulla più. Se però tramite una storia si riesce anche a salvare un pezzo così importante della nostra storia, ben venga: e nel caso specifico della Resistenza, mai come ora mi sembra necessaria un’iniezione di memoria e una riattivazione di tutti i valori chiave dell’antifascismo.

D – E veniamo all’ambientazione, molto lombarda, del romanzo:  nomi propri rigorosamente preceduti dall’articolo, come è tipico della parlata milanese, descrizioni di aree metropolitane non propriamente idilliache, frequenti espressioni dialettali… Una manifestazione d’affetto per le tue origini? Una riconferma del legame con la tua terra?
R – Un interesse schiettamente poetico, direi. Mi è piaciuto molto impastare l’italiano con il dialetto e cercare, nelle parti relative alla storia di Ernesto Colnaghi, di dare un tono quasi orale alla narrazione. E poi ho una vera e propria passione per la descrizione di aree urbane milanesi: è forse la cosa che mi piace più fare, quando scrivo. Inoltre il fatto di ambientare la storia in luoghi che conosco bene, e di cui conosco bene anche le caratteristiche umane, è stato un bel vantaggio.

D – Parliamo ora del Premio Campiello: quali sono state le tue emozioni nel conseguire il riconoscimento che ti è stato assegnato?
R – Ah, ero molto emozionato e felice. Sul palco, durante lo spoglio dei voti, sono praticamente andato in apnea. Ora che sono passate due settimane circa posso dire che è stato un momento molto importante per la mia carriera, ma certo non un punto dove fermarsi: anzi, al contrario; è un punto di ripartenza. L’indicazione che sto lavorando bene, ma che devo lavorare ancora meglio.

D – Cosa provi a leggere – nell’albo iridato del premio – il tuo nome appaiato a quello di Levi, Berto, Silone, Bassani, Soldati, Maraini… Tra i romanzi precedentemente premiati, qual è quello che ti sta particolarmente a cuore? E quali sono le letture preferite di Giorgio Fontana?
R – Be’, fa senz’altro una certa impressione. Direi che fra i premiati per me spicca innanzitutto Primo Levi. Quanto alle mie letture, faccio alcuni dei nomi per me più importanti: Kafka su tutti, poi Stig Dagerman, Joseph Roth, DeLillo, Proust, Testori, Dostoevskij, Richard Powers, Izzo, Malamud… E molti altri. Sono anche un appassionato lettore di fumetti, da sempre.

D – Il Premio Campiello sembra prediligere – soprattutto negli ultimi anni – il romanzo a sfondo storico e le saghe familiari. Ti riconosci in un genere nel quale la tua scrittura potrebbe essere collocata?
R – Direi di no. Ho scritto libri molto diversi fra loro — a parte gli ultimi due, che formano una sorta di dittico — e penso che continuerò così, esplorando forme e storie diverse. Non ragiono per generi, ma per personaggi: mi interessano le singole esistenze, le loro contraddizioni.

D – Non possiamo concludere il nostro dialogo senza un cenno a quello che ti attende. Quali sono i tuoi progetti?
R – Al momento moltissime presentazioni e altri impegni, nati anche sull’onda del premio. Poi con calma mi metterò a lavorare al prossimo romanzo e a un saggio che ho in mente da tempo. Ma è ancora troppo presto per svelare le carte; non sono chiare nemmeno a me.

Ringraziamo Giorgio Fontana per la disponibilità e la simpatia che ha dimostrato nel soddisfare le nostre curiosità di lettori.

Bruno Elpis