Rassettiamo la cantina, oggi ospitiamo l’autore di uno dei bestseller degli ultimi mesi e dobbiamo presentarci al meglio. Anche io mi pettino (vabbé) per l’occasione. Eccolo. Fulvio Ervas, che con il suo “Se ti abbraccio non avere paura” (Marcos y Marcos) è da tre mesi là in alto, a rompere le scatole a Camilleri, Gramellini e agli altri bestelleristi seriali. Benvenuto nella  mia cantina! E innanzi tutto complimenti: è recente la notizia che la storia di Franco e Andrea arriverà sul grande schermo con Cattleya.

Proprio così, abbiamo preso degli accordi importanti e la casa di produzione intende spendersi per un film di respiro non solo nazionale. Speriamo che una storia così potente diventi un buon film, senza lacrime facili e con tutto l’ottimismo presente nel romanzo.

Veniamo alle questioni delicate: la scelta del vino. E’ la cantina dei sogni, dentro c’è di tutto e di più. Di ogni annata. Di ogni latitudine. Credo ci sia anche una bottiglia di Prosecco millesimato del Conte Ancillotto. Lo apriamo?

Buon prosecco spesso: non è il vino che preferisco in assoluto, però lo trovo sempre gradevole, come una compagnia brillante.  I miei amori, in fatto di vini, sono molto legati alle condizioni in cui ho assaggiato un buon bicchiere, sono un bevitore emotivo. Continuo ad essere legato, forse per esperienze giovanili, al Ramandolo a certi Tocai ( si può ancora dire?). Ma basta aprire una bottiglia fatta con capacità e amore per la terra,  quattro chiacchiere intelligenti e quel vino mi conquista di sicuro.Il tuo stile è ricco, potente. Uno stile che a me fa dire: “non riuscirei mai a scrivere così, neppure in mille anni”. Soprattutto perché riesci a conservare una leggerezza che credo (e temo) sia dote innata. O è tecnica? Nel caso: quale? 

E’ un’onda che viene,  con una certa spontaneità.  Come se la pagina da scrivere fosse un improvviso autobus dove salgono letture, ricordi, immaginazioni e ne nascesse una comitiva allegra e priva di una precisa meta.  Scrivere come piacere, questo aiuta nella qualità del risultato. Anche per certi vini.

Mi entusiasmano, soprattutto, le pennellate che dai alla natura. Ai colli trevigiani. Anche gli uomini nei tuoi romanzi mi sembrano essere qualcosa in funzione della natura.  Come se la terra e i suoi frutti (leggi: Prosecco), il tempo e le stagioni fossero anch’essi personaggi.

Il paesaggio è uno degli indicatori di civiltà: è cioè che dovremmo lasciare dopo di noi, coscienti che uno sfondo gradevole, sano, dotato di storia, permetta alla storia di avere una degna continuità. Non c’è storia sopra il cemento che si sbriciola.

Ho sentito che coltivi – scusa il gioco di parole – una grande passione per il tuo orto.

Ho sempre pensato che ciascuno dovrebbe essere responsabile del cibo che mangia e lo puoi fare solo in due modi: o te lo coltivi o comperi sapendo come lo fanno, cioè sano e senza adulterazioni. Poi l’orto è un luogo di cura, rispetto, conoscenza continua e grandi soddisfazioni ( zucche e patate in particolare). Tutti i miei romanzi sono metà  battitura e metà vanga.

Ho anche sentito che proprio mentre eri nell’orto, un giorno, ti avvicina un signore (in moto? Forse). Tratti da attore hollywoodiano. E la storia che ti racconta è americana.

Per la verità era un bar di Castelfranco, anche se molti incontri con Franco, il padre di cui ho raccontato la storia, sono avvenuti a bordo dell’orto e sotto il fico di casa mia. Che all’ombra si raccolgono meglio le idee.

Come ci si sente, lassù? Vertigini? Si riesce a pensare al dopo? Brindiamo?

Un po’ sorpresi, un po’ storditi, sempre in viaggio a presentare il libro per l’intera Italia. No, si fa fatica a pensare al dopo, non perché mi monti la testa, sono  troppo grande per perdere le mie coordinate, ma perché non c’è il tempo di entrare in una storia e lasciarsi trasportare. Intanto brindiamo, perché il libro, in tre mesi, ha già fatto 11 edizioni. Non male…

In questo “dopo” c’è spazio per l’ispettore Stucky? Antimama! Non mi dire di no.

Stucky è in vacanza in Dalmazia, in un campeggio naturista. Sta ricaricando le pile. E c’è un brutto delitto nei paraggi. Non lo mollerò di certo, scrivere di Stucky è puro divertimento.

Millesimato – per gli spumanti – significa prodotto con vini di una singola annata . Quindi, a differenza dei metodi champenois (o Martinotti!) il Prosecco è per forza millesimato… secondo qualche produttore, scriverlo in etichetta è puro marketing. Che ne pensi? Che ne pensava il mai abbastanza compianto Conte Ancillotto, protagonista – involontario – di “Finché c’è prosecco c’è speranza?”

Il conte Ancillotto prenderebbe la parola marketing e la userebbe come supposta per certi produttori “fighetti”!

Il mio produttore preferito di prosecco è Loris Follador, un folletto che si definisce in un solo modo: contadino. Il “Frizzante naturalmente” della sua “Casa Coste Piane” (rigorosamente sur lie – cioè col fondo) è un tripudio di profumi. Tu? Hai un produttore di riferimento?

Loris Follador è ottimo. Il prosecco “con il fondo” è un mondo  eccitante.
 
Grazie di cuore per aver trovato il tempo di rispondere a questa intervista in un momento in cui, immagino, tutti ti tirano per la giacchetta. Un ultimo brindisi alla tua bella storia.

di Giuliano Pasini