«Perché essere felice quando puoi essere normale?»

Ce lo siamo chiesti tutti, almeno una volta nella vita, quando, in prossimità di una svolta, di una scelta azzardata, una voce nella nostra testa ci consigliava di non rischiare, di lasciar perdere, di mantenere una parvenza di sicurezza, a fronte della possibilità di cambiare, di abbracciare l’ignoto, un po’ spaventoso che ci si profilava davanti.

Ed è la domanda che fa la madre adottiva a una sedicenne Jeanette Winterson che le confessa di essere felicemente innamorata di una ragazza.

La ricerca della felicità, contrapposta alla normalità, è il filo conduttore della vita di questa scrittrice dalla storia difficile e affascinante (“ma felicità è davvero l’opposto di normalità?”, si chiede, http://www.huffingtonpost.com/debra-ollivier/jeanette-winterson-why-be-happy-when-you-could-be-normal_b_1311525.html).

In Non ci sono solo le arance, il suo primo romanzo (Oranges are not the only fruit, 1985, recensito, da I-Libri, qui: http://www.i-libri.com/non-ci-sono-solo-le-arance-di-jeanette-winterson.html), Jeanette Winterson racconta la sua infanzia con la madre adottiva, un’evangelica pentecostale decisa a fare di lei una predicatrice e una missionaria. Il loro rapporto conflittuale arriva alla rottura quando la madre scopre che ha una relazione omosessuale con una coetanea. Con un ultimatum inaccettabile (o rinuncia alla ragazza che ama o se ne va), la costringe a lasciare la sua casa. A sedici anni, senza soldi, senza un posto dove stare, Jeanette sceglie di seguire il suo cuore e il suo istinto. Nel libro, Jeanette Winterson rielabora la sua storia in chiave umoristica, facendone una sorta di autobiografia romanzata (dando al personaggio principale il suo nome). Per l’autrice, nella vita di ognuno di noi c’è una parte narrativa accanto a quella fattuale, ci sono una storia principale e la sua versione cover: “quella [di Non ci sono solo le arance] era una versione cover con cui potevo convivere” (cfr la sua intervista al Bat Segundo Show: http://www.edrants.com/the-bat-segundo-show-jeanette-winterson/).

All’uscita del libro Jeanette aveva 25 anni e viveva da sola da dieci. La madre le mandò una lettera chiedendole di telefonarle:

“andai in una cabina telefonica: non avevo il telefono. Lei andò in una cabina telefonica: non aveva il telefono […] a che serve Skype? La vedevo attraverso la sua voce, la sua forma si solidificava davanti a me mentre parlava […] riempiva tutta la cabina telefonica […]. Era come il personaggio di una fiaba, dove le misure sono approssimative e variabili […] quel giorno si ergeva sulle spalle del proprio sdegno. Disse: «è la prima volta che ho dovuto ordinare un libro sotto falso nome».”

(da Perché essere felice quando puoi essere normale?, capitolo 1, p. 3. L’episodio viene raccontato anche in molte interviste, ad es. nel podcast del New York Times del 25 marzo 2012: http://www.nytimes.com/ref/books/books-podcast-archive.html?ref=books).

Quella fu una delle ultime volte che si parlarono. Mrs Winterson morì proprio nel periodo in cui veniva trasmesso l’adattamento televisivo di Non ci sono solo le arance (http://www.guardian.co.uk/books/2007/nov/10/jeanettewinterson), ma Jeanette continua a confrontarsi con lei, come in un dialogo che continua in Perché essere felice quando puoi essere normale? (Why be happy when you could be normal?, tradotto in italiano da Chiara Spallino Rocca per Mondadori): “Freud, uno dei grandi maestri della narrativa, sapeva che il passato non è immutabile, come sembrerebbe suggerire la concezione lineare del tempo. Possiamo tornare indietro. Possiamo riprendere quello che avevamo lasciato. Possiamo riparare quello che altri hanno distrutto. Possiamo parlare con i morti.” (da Huffington Post, cit.).

La necessità di riprendere questo dialogo, dopo 25 anni e sette libri non (esplicitamente) autobriografici, scaturisce dal ritrovamento casuale dei suoi documenti di adozione: quello che le aveva raccontato Mrs Winterson a proposito della madre biologica era falso, compreso il fatto che fosse morta.

“Durante la ricerca mi trovai costretta a tenere un diario: ero estremamente turbata e quello era l’unico modo di esercitare il controllo sulle mie emozioni. Non avrei mai pensato di pubblicarlo. Ma in quel periodo ripresi in mano anche il materiale di Winterson World [un nome quasi epico con cui l’autrice si riferisce agli anni trascorsi con i suoi genitori adottivi e alla filosofia di vita di Mrs Winterson] e sentii un enorme impeto creativo. Mi accorsi di aver scritto quindicimila parole in due settimane, il che mi suggerì che stava succedendo qualcosa che dovevo assolutamente assecondare. Se sei uno scrittore o un artista, devi fidarti del tuo processo creativo più di ogni altra cosa e non devi mai assumere il ruolo di censore di te stesso. Credo che questo sia ciò che danneggia di più gli studenti delle scuole di scrittura creativa. Questa rivisitazione del vecchio materiale fu necessaria per me. Il ritorno è un’antica e nobile tradizione in narrativa. È quello che caratterizza l’Ulisse dell’Odissea: deve costantemente ricordarsi del ritorno; dieci anni a navigare per mare, combattere, fare sesso con donne folli, uccidere i ciclopi, e, nel frattempo, pensare al ritorno. E lo facciamo anche noi, come scrisse T.S. Eliot: «torneremo là dove abbiamo iniziato». Tendiamo sempre a fare ritorno dove tutto è cominciato, non in modo riduttivo, involutivo, ma in modo da trovare un senso al paradigma della nostra vita, mettendo insieme tutti i frammenti.”[dal Bat Segundo show, cit.]

È affascinante sentir parlare Jeanette Winterson, che con la sua voce, l’entusiasmo e il linguaggio vivido che caratterizza i suoi libri, ti cattura e porta con sé nel suo mondo; lei vuole far capire com’è diventata quella che è oggi, vuole che la sua storia possa essere di aiuto ad altri, e, soprattutto, vuole contagiare il pubblico con la sua passione sconfinata per la letteratura.

di Monica Caldarelli