Cosa accadrebbe se fossero gli internati a gestire il manicomio? E se invece fossero lasciati a governare un intero mondo? Più che una nave dei folli, si avrebbe un pianeta dei pazzi. A questa domanda, ricorrente in filosofia e psichiatria, risponde Philip Dick in Follia per sette clan (Clans of the Alphane Moon), scritto tra il 1963 e il 1964, anno della sua pubblicazione. Su Alpha III L2, una luna di una galassia lontana, trasformata dai terrestri in satellite ospedale psichiatrico e poi abbandonata, si è sviluppata una società divisa in classi, che ricorda quella indiana frutto probabilmente della fascinazione che Philip subiva in quel periodo dalle culture orientali. Su Alpha III L2 ogni classe contraddistingue una particolare psicosi. Ci sono i Para (paranoici) che svolgono i ruoli di comando e vivono ad Adolfville, i Mana (maniaci), la casta guerriera, stanziati nelle Alture Da Vinci, gli Skiz (schizofrenici), i visionari che ricordano i sacerdoti. Gli Eb (ebefrenici) sono anch’essi dei visionari, dei mistici, ma svolgono i lavori più umili a causa della loro condizione peculiare e vivono a Gandhitown, i Poli (polimorfi) sono i più socievoli e allegri, perennemente bloccati in una condizione adolescenziale. Gli Os-Com (ossessivi compulsivi) sono i burocrati per eccellenza ed infine i Dep (depressi), scansati da tutti gli altri clan, che vivono nelle Proprietà Cotton Mather, dal nome del famoso puritano statunitense. In questo scenario si trovano ad agire Chuck e Mary Rittersdorf, una coppia sull’orlo del collasso. Lui sceneggiatore di dialoghi per la propaganda anticomunista, lei affermata psicologa di successo che non perde occasione per far notare al marito quanto sia una nullità. Proprio sulla luna alphana i due riusciranno a dare una svolta alla relazione. Accanto a loro una serie di personaggi riuscitissimi ed esilaranti tra cui spiccano la muffa senziente e psionica di Ganimede, Lord Running Clam e il comico milionario Bunny Hentman, un fool chiaramente ispirato a Hugh Hefner, il creatore di Playboy (bunny vuol dire coniglietto, n.d.r.).


Questi gli elementi principali di un romanzo da molti considerato minore, forse per il modo in cui è sviluppata la trama, ma che resta al contrario uno tra i migliori dell’autore. Un tema così alto, come la differenza tra normalità e devianza, tra sanità mentale e follia, è affrontato in maniera ironica, a volte grottesca, ma senza quella totale amarezza di fondo che contraddistingue la maggior parte dell’opera dell’autore. La narrazione, come scrive Carlo Pagetti nell’introduzione, grazie al suo spiccato carattere parodico, non spinge il tutto all’entropia e al disfacimento e il finale lascia uno spiraglio alla speranza. Si diceva dello sviluppo della trama, perché la principale critica a Follia per sette clan è quella di aver dedicato troppo spazio al rapporto tra i Rittersdorf, a discapito degli eventi che accadono sulla luna-manicomio. Probabilmente ciò è dovuto anche alla biografia di Dick, che nel periodo in cui scrive il racconto è alle prese con il disfacimento del matrimonio con la sua terza moglie Anne Rubinstein. Chuck e Mary non sono altro che alter ego dello scrittore e di sua moglie, lei la dark-haired girl e lui il classico everyman. Similmente la trama del romanzo si sfilaccia e si fa sempre più inverosimile man a mano che avanza, proprio come accadeva al matrimonio di Dick. Nonostante queste particolarità, l’opera è una splendida favola antipsichiatrica, dimostra una sensibilità verso le tematiche terapeutiche degli anni ’60, già divulgate da Laing e da altri studiosi del disagio mentale.

Il tema della psicosi è uno di quelli maggiormente affrontati da Dick, sia all’interno della sua opera narrativa, che in quella saggistica. Non deve meravigliare, visto che il rapporto tra idios kosmos e koinos kosmos, cioè tra il mondo percepito soggettivamente e quello condiviso, è l’asse attorno il quale si svolge la quasi totalità della riflessione dickiana, quantomeno da un certo punto – più o meno all’inizio degli anni ’60 – in poi. Secondo questo orizzonte concettuale, la psicosi, ma quando Dick usa questo termine si riferisce quasi sempre alla schizofrenia, non è altro che una disfunzione della fusione tra idios e koinos kosmos. Il folle non fugge quindi dalla realtà, ma ne è totalmente risucchiato, non riesce più a impiegare le sollecitazioni frutto della percezione individuale per relazionarsi con la percezione condivisa, comune, della realtà. È una piena cui non si può opporre nessuna istanza personale. In questo senso anche il tempo è vissuto come se fosse un insieme di passato, presente e futuro, non ci sono più le categorie temporali individuali, tutto è compresente. Nel suo saggio La schizofrenia e il Libro dei mutamenti del 1965, Dick porta l’esempio del film: una persona normale vede fotogramma dopo fotogramma, in sequenza, mentre uno psicotico vede tutti i fotogrammi contemporaneamente. Ciò gli garantirebbe una conoscenza pressoché totale, ma una grossa incapacità nel condividerla, non è un caso che gli Eb e gli Skiz di Follia per sette clan, siano dei veggenti. Quello che l’autore sembra dirci, anticipando le tematiche gnostiche dei successivi lavori, è che il folle riesce a vedere la realtà ultima delle cose, proprio perché è andato al di là dell’illusione della realtà. Questa conoscenza ha però un caro prezzo, cui è difficile sfuggire, sia da psicotici che da “normali”. D’altro canto, questo è il messaggio di fondo del romanzo, i normali non sono fondamentalmente diversi dagli psicotici, anche loro sono vittima della discrepanza che intercorre tra le percezioni soggettive e quelle condivise, tanto da non sfigurare assolutamente come ottavo clan della luna Alpha III L2.

di Riccardo Melito