Nonostante fosse un paranoico da competizione e limitasse, come non perdeva occasione di far notare, i suoi spostamenti al tragitto da casa allo psichiatra, Philip Dick conobbe e frequentò un numero impressionante di persone, fu sposato ben cinque volte ed ebbe tre figli, due femmine e un maschio. Questo particolare ci racconta come la sua paura dell’esterno, il koinos kosmos, come l’avrebbe chiamato lui, fosse mitigata da un’attitudine curiosa e intellettualmente vivace. Tutti quelli che l’hanno conosciuto raccontano che le sue imponenti paranoie e fissazioni non riuscivano a tarpare la vitalità, la giovialità e la gentilezza che lo contraddistinguevano. Ben lontano da melanconie leopardiane, Dick non si lasciava travolgere dal pessimismo schiacciante della sua visione. Scrive il biografo Lawrence Sutin: “Phil aveva bisogno di gente intorno a sé… Desiderava ardentemente dell’affetto. E abbracciò il caos”. Così, mentre gli universi letterari e la rappresentazione del mondo, come i matrimoni, andavano in polvere, il “fool elettrico” opponeva una speranza, un livello superiore, quasi un telos, un fine. L’affetto era il suo bisogno inconscio, diventare uno scrittore e conoscere l’essenza ultima del reale, quello manifesto: “girare le carte in su, vedere la realtà nella sua interezza – Phil non aveva desiderio più intenso di questo”. Se poi consideriamo che il principale mezzo di conoscenza di uno scrittore sia proprio la scrittura possiamo notare come le due cose siano strettamente correlate.

Philip Dick fu sempre preoccupato della sua sorte creativa e professionale, desiderava poter diventare uno scrittore mainstream, di successo, apprezzato da quella massa che lui stesso rifuggiva. Il suo primo romanzo, Il paradiso maoista (Gather yourselves together), scritto tra il 1949 e il 1950, ma pubblicato solo nel 1994 (in Italia nel 2007), non a caso è un’opera non di genere. Dick scrisse molti romanzi mainstream, soprattutto negli anni ’50, e subì una valanga di rifiuti dalle case editrici, ma l’aspirazione era tale da fargli persino decidere nel 1957 di abbandonare la fantascienza, proposito che mantenne, fortunatamente, solo per un anno. A ben vedere la produzione non fantascientifica di Dick, anche se inferiore alla sua gemella fantastica, è comunque di buon livello. Allora, da cosa fu dipesa la frustrante sorte che si abbatté sulle opere mainstream considerando che, dopo la sua morte, la maggior parte dei romanzi degli anni ’50 ha trovato un editore? Sicuramente la fama sempre crescente dell’autore ha giocato un ruolo nella vicenda editoriale, ma questa spiegazione non è sufficiente per un mercato letterario, che era ancora in piena espansione. Una motivazione plausibile ce la fornisce sempre Sutin, che scrive: “Le opere [mainstream, n.d.r.] sopravvissute sono, senza alcuna eccezione, cupe visioni di vita della classe operaia, nelle quali gli ideali sono frustrati, l’amore è una rarità e il sesso conduce ad un braccio di ferro pieno di rimorsi con sé stessi”. Insomma quando Dick si accingeva a rappresentare la realtà, la sua non poteva più essere una visione ironica, il meccanismo iperbolico e a volte comico della fantascienza non poteva più essere impiegato, rimaneva solo lo sguardo acuto e la vista di una società putrescente che si nascondeva dietro una facciata di sorrisi di plastica. Era l’emergere della società dei consumi. Se a questa visione disincantata e critica si aggiunge che i temi trattati erano sempre al limite della senso del pudore per una società ancora discretamente puritana, potremmo ipotizzare che le difficoltà editoriali di quelle opere siano da ascriversi alla loro “scomodità”, piuttosto che al loro scarso valore letterario, come suggerisce il critico Andrew Butler.

Tra i romanzi mainstream sicuramente il più famoso è Mary e il gigante, scritto tra il ’53 e il ’55, ma pubblicato solo nel 1987. Nel libro si racconta la crescita e l’ingresso nel mondo adulto della giovane Mary Anne Reynolds, grazie alle relazioni intessute con un musicista blues di colore e con il proprietario di un negozio di dischi molto più vecchio di lei. Tralasciando le tematiche rivoluzionarie per la temperie culturale del momento, Mary e il gigante è importante anche perché mostra la concezione di Dick sulle donne. Mary Reynolds è infatti la protagonista femminile vista con maggiore simpatia dall’autore, prima di scrivere di Angel Archer ne La trasmigrazione di Timothy Archer, il suo ultimo romanzo. Mary è anche la quintessenza della dark haired girl [in italiano: ragazza dalla chioma scura, n.d.r.], l’archetipo che Dick costruì per rappresentare il femminile. È proprio nei romanzi mainstream che le protagoniste femminili trovano la loro massima espressine, non ce n’è uno in cui non abbiano lo stesso peso della loro controparte maschile. Il rapporto con il femminino rimane comunque uno dei temi principali dell’autore, tanto che in ogni romanzo compaiono personaggi femminili degni di nota. È indubbio che il suo rapporto con le donne fu sempre molto complesso, ne sono testimonianza le molteplici relazioni in cui Philip si è impegnato e fu indubbiamente influenzato dall’assenza del padre, dal problematico rapporto con la madre Dorothy e dalla morte prematura della gemella Jane. La sfera femminile è così centrale per Dick tanto da divenire parte integrante del processo di conoscenza, di gnosi. Proprio questa evoluzione porta l’archetipo della dark haired girl a caricarsi di un doppio benigno – le carte vengono mischiate in puro stile dickiano – cosicché anche il femminile acquista profondità e ambivalenza. La ragazza dalla chioma scura rappresenta una donna distruttiva, contro la quale gli uomini si infrangono come onde sulla scogliera, quella che Dick inseguì, che intrappolò e da cui si fece intrappolare nella vita. La sua versione chiara, benigna è invece incarnata dall’anima junghiana, una donna solare e capace di donare conoscenza e creatività. “Se la prima affascina per una apparente vitalità, ma in realtà porta con sé la morte, perché aspira, prosciuga lo spirito vitale, la seconda (l’anima) diffonde attorno a sé vitalità vera, concede, è fertile nel senso più profondo”, scrivono Caronia e Gallo. Il modo in cui scrisse delle donne lo espose ad alcune critiche da parte della collega Ursula Le Guin che lo “accusò” di aver reso le donne simboli, fossero esse puttane, megere o dee. Fu proprio con la sua ultima protagonista femminile, Angel Archer, che Dick si riconciliò con il femminino, come scrisse in una lettera indirizzata alla stessa Le Guin. In realtà sono rare le donne dickiane che possiamo collocare chiaramente, senza esitazioni, in uno o l’altro degli archetipi. Contrariamente a quanto sosteneva la Le Guin, è al femminile che Dick attribuisce il Verbo demiurgico, la possibilità di creare e di portare l’epifania, di ottenere e di far conseguire l’illuminazione, seppure nel suo modo particolare: “Quando scrivo un altro libro, sono con i miei amici e sono felice. Quando lo termino entro in un post-partum”.

di Riccardo Melito