I guardiani del destino e altri racconti

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Autore:Dick Philip K.

Dick non è solo ispiratore cinematografico. Le sue visioni affondano ben più in profondità. Se è concepibile, attraverso la metafora, narrare scenari possibili, allora il racconto non ha mai perso la sua potenzialità di mito, leggenda, ipotesi di sviluppo e discorso sulla vita, sulla sua percezione, sulla società. Attraverso l’uso della fantasia, della creatività, della metafora, lo scrittore è demiurgo di uno scenario pensabile, dotato di una sua coerenza, quindi anche di una possibile esperienza. Il racconto e ciò che ha ispirato divengono così fonte di qualcosa che può essere messo in atto, divenire pratica, tensione verso qualcosa. L’ispirazione dell’autore (rigorosamente con la minuscola) può essere fonte di altra ispirazione. Da un’origine comune si dipanano differenti sentieri tutti in qualche modo contaminati da quello stesso artefatto. Dare forma, lasciare un segno, seppur in maniera tenue, cristallizza le infinite possibilità dell’esperienza e contemporaneamente ne genera altrettante infinite da essa influenzate.

“Nella fantascienza, uno scrittore non solo è propenso a recitare la parte della Cassandra; è assolutamente obbligato a farlo – a meno che, naturalmente, non pensi in tutta onestà di svegliarsi un giorno e scoprire che i marziani dalla mente più evoluta ci hanno fregato tutte le nostre bombe e i nostri armamenti, per il nostro bene”.

In questo senso ogni atto creativo alberga una profonda responsabilità che è ontologicamente impossibile sostenere. Se ogni creazione è fonte d’infinite possibilità, l’artefice non può essere ritenuto responsabile delle conseguenze che la sua opera scatenerà, anche se lo è, nel senso più concreto del termine, proprio in quanto creatore. Per attraversare questa impasse non resta che affidarsi al buon senso, all’amore, alla dedizione e all’umiltà, le caratteristiche di Dio, ma riflettendoci bene anche quelle di un burocrate illuminato. Lo scrittore e chiunque crei in genere, compie un atto divino, dando forma a qualcosa. Se poi fa di questa attività un’occupazione, allora in qualche modo, trionfo dell’ironia, dovrà fare sue le caratteristiche del burocrate. Dio e impiegato, illuminato e nevrotico. Facile immaginare che Dick ironizzasse sulla sua condizione di scrittore forzato durante gli anni ‘50, “costretto” dalla sua precaria situazione economica ad un’assunzione regolare di stimolanti, e al tempo stesso di romanziere frustrato.

Questa una delle possibili chiavi di lettura di Squadra Riparazioni (Adjustment Team, 1953), pubblicato per la prima volta sulla rivista Orbit Science Fiction, nel numero di settembre-ottobre del 1954. Il racconto è uscito in Italia in una nuova edizione per i tipi della Fanucci con il titolo I guardiani del destino, in occasione dell’uscita dell’omonima versione cinematografica. Il volume raccoglie sette racconti, scritti più o meno nello stesso periodo, da cui sono state tratte altrettante opere di celluloide. Se ci limitiamo alle opere espressamente ispirate, tralasciando l’immensa influenza tematica, l’impronta che Dick sembra aver lasciato è notevole e non da relegare al solo ambito di nicchia.

Se tra gli adattamenti ci sono pellicole a basso budget, alcune anche notevoli, negli ultimi anni anche la macchina di Hollywood sembra essersi accorta del vasto potenziale rappresentato dalle allucinazioni letterarie dello scrittore di Berkley. Tra gli altri, registi del calibro di John Woo (Paycheck) e Steven Spielberg (Minority Report) si sono impegnati nell’impresa di rendere la complessità di questi racconti, con dubbi risultati se si eccettuano due pellicole, un po’ più vecchie, ma che hanno il grande pregio di sfruttare le tematiche dickiane per rilanciare nuove riflessioni. Ci stiamo riferendo a Blade Runner, pietra miliare della cinematografia mondiale, diretta da Ridley Scott e ispirata al romanzo Possono gli androidi sognare pecore elettriche?  e alla meno conosciuta Atto di forza (Totall Recall), girata da Paul Verhoeven, che prende spunto dal racconto Ricordiamo per voi, presente anch’esso all’interno della raccolta della Fanucci.

Fino ad oggi solo queste due pellicole hanno il pregio di aver esaltato le tematiche care all’autore visionario, sviluppando una propria vitale creatività, suscitando un’impressione destinata a echeggiare nel tempo, assolvendo al compito di recitare la parte della Cassandra evocata da Dick nelle sue riflessioni. Siamo quindi certi di consigliare la rilettura delle opere letterarie. Non lo siamo altrettanto riguardo alla visione del film, anche se non abbiamo avuto il coraggio di vederlo. Forse siamo preda del timore di veder frustrate le nostre aspettative, paurosi burocrati.

Recensione di Riccardo Melito

 

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