Autore:

Il partigiano Johnny

Editori:Einaudi

Descrizione:

Johnny, la Resistenza e le Langhe sono i tre protagonisti a pari titolo di questo romanzo, trovato tra le carte di Fenoglio dopo la morte. Cronaca della guerra partigiana, epopea antieroica in cui l’autore proietta la propria esperienza in una visione drammatica, Il partigiano Johnny rivela un significato umano che va ben aldilà di quello storico-politico. Dalla formazione delle prime bande fino all’estate del ’44 e alla presa di Alba seguiamo l’odissea di Johnny e dei suoi compagni fra gli ozi forzati nei casali, le imboscate contro gli automezzi fascisti, le puntate per giustiziare una spia in pianura, le battaglie campali, i rapporti tra le varie formazioni ribelli. Con un saggio di Dante Isella.


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Autore:Fenoglio Beppe
Generi: , Autore della recensione: Premi letterari:  

Avevo pensato di fare una bella recensione ordinata. Di cosa parla il romanzo? Parla del partigiano Johnny. Che è un ex sottoufficiale dell’esercito italiano sbandato l’8 settembre 1943. Che è un ex studente appassionato di letteratura inglese. Ecc.

Avevo pensato di affrontare anche la questione della turbolenta vicenda editoriale del Partigiano. Che è un romanzo lasciato incompiuto e pubblicato postumo. Che non c’era neanche il titolo e che Fenoglio ce lo ha tramandato in due differenti redazioni. Che è un testo che più filologi ci han lavorato sopra e che ci son saltate fuori tre diverse edizioni critiche (1968, Lorenzo Mondo; 1978, Maria Corti; 1992, Dante Isella). Ecc.

Poi mi son detta: a chi viene voglia di leggere un romanzo che ci vuole mezz’ora solo a seguire la recensione tutta zeppa di date e dati? Che tra l’altro tutte le beghe editoriali sono riassunte nella nota introduttiva dell’editore (e le potete trovare pure su Wikipedia, per dire).

Allora il piano B era quello di deviare in direzione del messaggio sintetico, un veloce imperativo, “vagamente” autoritario: DOVETE leggere Il partigiano Johnny. Che magari amici&parenti avrebbero perfino potuto prendermi in parola; gli altri (a buon diritto) per pazza.

A questo punto piano C: dire PERCHÉ bisogna leggere ’sto romanzo. Solo che ogni volta che ci penso, che penso come comunicare quanta e quale roba c’è lì dentro, nel Partigiano Johnny, mi sento sopraffatta. Perché c’è troppo in queste pagine. Ed è pure un troppo che richiede fatica e impegno.

Intanto c’è da dire che Beppe Fenoglio gioca (sarebbe meglio dire: lavora) con la lingua. Egli stesso dichiara (in Ritratti su misura di scrittori italiani a cura di Elio Filippo Accrocca):

Scrivo per un’infinità di motivi: per vocazione, anche per continuare un rapporto che un avvenimento e le convenzioni della vita hanno reso altrimenti impossibile, anche per giustificare i miei sedici anni di studi non coronati da laurea, anche per spirito agonistico, anche per restituirmi sensazioni passate; per un’infinità di ragioni insomma. Non certo per divertimento. Ci faccio una fatica nera. La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti.

E questo spirito agonistico, questa fatica nera, si traduce in «una prosa incessantemente produttiva di neoformazioni lessicali, morfologiche e sintattiche»[1]che attingono all’italiano, all’inglese, al francese, al latino e al piemontese. Se il lettore ci si mette, se scopre le regole del gioco, se si concentra non solo su ciò che è scritto, ma anche su COME è scritto… allora si troverà immerso-in e sommerso-da tutto questo. Da questa lingua magmatica ma non distruttrice. Anzi semmai il contrario, costruttrice. E allora mentre leggi riesci a vedere lo scrittore che si arrovella sulle parole, che le pesa una ad una, che le calibra e le forgia su misura per la pagina. E ne godi.

Ma dunque cosa c’è dentro Il partigiano Johnny? C’è la Resistenza, quella vera. Quella fatta di uomini e (non per forza) di eroi. Quella fatta di scelte più o meno consapevoli. Quella fatta di fame e di sporcizia e di freddo e di fango e di scorribande e di sguardi di sottecchi e di contadini che ti aprono e di compaesani che si fanno il segno della croce perché tu non bussi alla loro porta. E di spie e di giovani morti e di giovani scampati e di fughe e di tradimenti e di noia e di attesa e di mancanza di tutto e di niente e di revolverate alle spalle e di fucilazioni e di preti e di processi sommari e di… Poi, dentro al Partigiano, c’è la personale epopea di Johnny. All’inizio con la sua «vaga, gratuita, ma pleased and pleasing reputazione d’impraticità, di testa fra le nubi, di letteratura in vita…». O forse così lo vedono gli altri. O forse così si vede lui stesso, Johnny, che a starsene nascosto, al riparo dagli eventi, «sentiva intorno a sé, ed in sé, una precarietà, una miseria per cui tutto lui era sottilizzato, depauperato, spaventosamente ridotto rispetto ad una normale dimensione umana». E allora brama di salire «nell’arcangelico regno dei partigiani». E parte e va e trova i partigiani, che non sono angeli ma uomini, che non hanno fondato un regno ma bivaccano in «easy-going camp[s]». Solo che la ricerca di Johnny non è finita. Non finisce mai. Si sposta di volta in volta su un oggetto diverso: i partigiani, gli azzurri, i fascisti, la città, la spia, il reimbandamento, la solitudine… «E andando […] fogli di carne […] si addizionavano perfettamente al suo corpo e mente, al punto da renderlo un grosso uomo, così grosso da dover pensare di non poter sfuggire ad una raffica, una delle prossime volte». Di collina in collina, Johnny conquista faticosamente e, a volte, disperatamente, quella dimensione umana che prima aveva incontrato solo sulle pagine dei libri. «Al magistero della letteratura e dell’arte, si succede […] il magistero della vita», scrive Walter Mauro (Invito alla lettura di Fenoglio), che prosegue: «più forti sono le contraddizioni e le ambiguità cui assiste all’interno di quel mondo che aveva ritenuto puro e incontaminato, e più consistente e tenace si determina in lui la volontà di farsi adulto, di essere uomo fra gli uomini».

Si sfaldano le idee: l’aura divina che avvolgeva i partigiani nell’immaginario di Johnny (e nel nostro) si oscura progressivamente. Dunque per questo nella quarta di copertina (e in svariate critiche e recensioni) si legge che Il partigiano Johnny «è riconosciuto come il più originale e antieroico romanzo italiano sulla Resistenza». Antieroico. Eppure non riesco a farmi andare giù questo aggettivo. Perché a volte c’è qualcosa di eroico anche nella mera sopravvivenza. Nella sopportazione del dolore. E poi. E poi lo stesso Johnny che prosegue, prosegue sempre nella sua ricerca. Una ricerca alla Moby Dick, hanno detto alcuni. Una ricerca che non ha termine perché il suo obiettivo è utopico: rifondare un ordine morale e civile che è saltato in aria. Come ha scritto Dante Isella: «Johnny è una viva, affascinante reincarnazione dei cavalieri delle leggende antiche (insieme Robin Hood e Don Chisciotte) […] “consacrati” al ristabilimento della giustizia»[2]. È questa una “lotta contro il Male” che mi pare non abbia nulla di antieroico, anzi: è epica, è biblica, è palingenetica nella misura in cui Johnny, e noi attraverso lui, possiamo riappropriarci – anche solo momentaneamente, certo non definitivamente – del concetto di humanitas.

E poi – e infine – c’è la lingua. Per nulla antieroica, semmai salvifica, la lingua di Fenoglio. Salvifica perché creativa, perché generativa, perché VIVA… ma se n’è già detto qualcosa più sopra. Quindi ora basta, penso di tornare all’imperativo col quale avrei forse dovuto cominciare e col quale voglio certamente concludere: DOVETE LEGGERE Il partigiano Johnny.

 

[1] Dante Isella, La lingua del «Partigiano Johnny», fondamentale saggio che l’editore Einaudi ha piazzato (grazie!) al termine del libro.

[2] Ibidem.

Recensione di Eleonora Tirelli

 

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