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La casa delle belle addormentate

Editori:Mondadori

Descrizione:

Descrizione

“La casa delle belle addormentate” (seguito in questo volume dai romanzi brevi “Uccelli e altri animali” e “Il braccio”) è un raffinato racconto erotico centrato sulle visite del vecchio Eguchi a un inconsueto postribolo in cui gli ospiti possono passare la notte con giovanissime donne addormentate da un narcotico. Il regolamento vieta di svegliarle, esaltando il fascino quasi magico emanato dalle fanciulle, e permette a Eguchi, attraverso una delicata rapsodia di sensazioni e di ricordi, di riappacificarsi con se stesso in un viaggio tra i più misteriosi recessi della psiche, evocati con segni incredibilmente semplici, rarefatti e luminosi.


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Autore:Kawabata Yasunari
Generi: , , Autore della recensione: Premi letterari:  

Se non fosse così famoso per essere stato il primo scrittore giapponese ad aver ricevuto un premio Nobel per la letteratura, la prosa di Yasunari Kawabata sembrerebbe quella di un paesaggista, un pittore in grado di dipingere quadri di parole, interi paesaggi e orizzonti di frasi.

Nel caso de La casa delle belle addormentate, i paesaggi in questione sono quelli dei corpi flessuosi, dalla pelle diafana, di giovani vergini, addormentate in una casa di appuntamenti con droghe potenti e segrete, per soddisfare i desideri erotici  di anziani clienti, più vicini al tramonto della vita che al picco della loro virilità.

Sono corpi di giovanissime ragazze che, in un puro atto di voyerismo, gli anziani clienti osservano con attenzione, seguendo con gli occhi la linea dei fianchi sinuosi, quella del seno, delle braccia e delle mani, mollemente adagiate sul cuscino, sul quale i capelli, solitamente sciolti, formano meduse scomposte, mentre le  labbra, colorate di rossetto, si schiudono su denti bianchi.

La regola della casa impedisce ai clienti di deflorare le ragazze, cosa che sembrerebbe difficile alla maggior parte di loro, in considerazione della loro età avanzata. Per questo motivo, quei corpi addormentati, quasi vittima di un incantesimo che sembra averli sospesi, ancora in vita, in un limbo di morte apparente, consente ai vecchi di nascondere la loro virilità depressa e spenta, e di non avvertire “alcun complesso di inferiorità per il proprio decadimento”.

Di contro, questo spazio di osservazione privilegiato e silenzioso offre a tutti loro illimitata libertà nelle fantasie e nei sogni: due pillole di blando sonnifero assicurano a ciascuno la possibilità di cadere in un sonno pieno di ricordi, nel quale affiorano scene di una vita trascorsa, di amori passati, di gioie, dolori e nefandezze. I vecchi clienti della casa addormentata non sono infatti persone “con l’animo in pace, ma piuttosto terrorizzate, derelitte”. Giacere accanto a un corpo così giovane, fa  insorgere in essi non tanto “il terrore della morte” o “l’inalienabile tristezza della gioventù perduta” quanto piuttosto il rimorso per le immoralità da loro stessi compiute e la consapevolezza della loro profonda infelicità familiare.

I corpi delle ragazze diventano quindi un altare di espiazione delle proprie colpe, dinnanzi al quale diviene possibile sacrificare, confessare e rimettere la propria misera, talora meschina  esistenza prima che la morte giunga, inesorabile: «i vecchi verosimilmente non avevano un Budda innanzi a cui inginocchiarsi e pregare. Stringendosi al petto le nude bellezze, versavano fredde lacrime, si abbandonavano al pianto e quand’anche urlassero le ragazze non ne sapevano nulla, non si svegliavano neppure. I vecchi non dovevano così provare vergogna o umiliazione. Si pentivano e si rattristavano in completa libertà. Sotto tale aspetto le “bellezze addormentate” non erano forse qualcosa di simile a Budda? Ed erano corpi vivi. La giovane pelle e il profumo delle ragazze erano forse perdono e consolazione per quei poveri vecchi».

Recensione di Stefania De Lucia

 

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