Autore:

La figlia del capitano

Editori:Einaudi

Descrizione:

Grinëv, nobile diciassettenne, è mandato a prestare servizio militare all’avamposto di Belogorsk sotto il comando del capitano Mironov, che ha una figlia deliziosa ­ Masa ­ di cui il giovane Grinëv si innamora, suscitando la furiosa gelosia di Svabrin, che lo sfiderà. L’intrigo amoroso è drammaticamente interrotto però dagli avvenimenti storici che travolgeranno il destino dei due contendenti e dell’intero reggimento. “La figlia del capitano” ha tutti gli ingredienti del romanzo storico, ispirato a Walter Scott e probabilmente anche a “I promessi sposi”, con cui condivide le vicende di “due giovani che faticano a sposarsi nei tumulti della Storia”, e fu anche l’ultima prova letteraria per un Puskin che di lì a poco sarebbe morto in duello.


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Autore:Puškin Aleksandr Sergeevič
Generi: , , , Autore della recensione: Premi letterari:  

Pubblicato nel 1836, Puškin sfruttò le ricerche storiche che aveva condotto – in quasi dieci anni – per il saggio Storia della rivolta di Pugacëv, uscito appena due anni prima.

La figlia del capitano fu l’ultimo romanzo dell’autore, morto l’anno successivo alla pubblicazione – ad appena 38 anni – a seguito delle ferite riportate in un duello.

Si tratta di uno dei primi esempi di romanzo storico della letteratura russa, che seppur molto diverso, aprì successivamente la strada al ben più conosciuto Guerra e pace, di Tolstoj. Certo le differenze tra i due romanzi sono notevoli. Innanzitutto La figlia del capitano è narrato in prima persona dal protagonista, Pëtr Andréevič Grinëv, giovane di famiglia nobile e ricca, che ad appena sedici anni il padre decide di arruolare nell’esercito. Anche lo stile poi è molto diverso. La prosa di Puškin è più asciutta rispetto a quella di Tolstoj. Sembra talvolta che l’autore voglia narrare quanto più velocemente possibile i fatti, per passare a quelli successivi.

Senza alcun dubbio il risultato è un romanzo di veloce lettura (ciò è anche dovuto alla lunghezza contenuta), che non riesce ad annoiare.

Veniamo alla trama. Pëtr Andréevič Grinëv sembra avere una strada già stabilita sin dalla nascita. Iscritto nell’elenco della guardia quando era ancora nella pancia della madre, al momento di dover partire il padre decide di cambiarne il destino e di arruolarlo nell’esercito regolare. Nel viaggio per recarsi alla sede dove prestare servizio è accompagnato dal fedele servo Savél’ič, che più di una volta gli salverà la vita. Durante il lungo tragitto per raggiungere la propria destinazione, Pëtr incontrerà due bizzarri personaggi. Ciascuno di questi svolgerà poi un ruolo importante nella storia a seguire.

La sua destinazione è un piccolo avamposto in una remota zona nella steppa russa: la fortezza di Belogorsk. Un’area sino a poco tempo prima in grande tumulto, agitata dalla rivolta del cosacco Pugacëv. Proprio nella piccola fortezza dove era stato inviato, Pëtr conosce una giovane ragazza, la figlia del capitano in comando Mironov, di nome Maša. I due si innamorano quasi subito, generando l’invidia di un altro ufficiale di stanza presso la fortezza, un attaccabrighe di nome Švabrin.

Contemporaneamente si diffonde la notizia della fuga di Pugacëv dalla prigione nella quale era stato incarcerato. In breve tempo i ribelli guidati dal cosacco raggiungono la fortezza e la conquistano. Pëtr riesce ad abbandonarla per recarsi nella sede del comando, lasciando però Maša nelle mani di Švabrin, che dopo aver rinnegato la fedeltà alla Zarina Caterina II, è stato nominato comandante della fortezza.

Cosa accade dopo ve lo lascio scoprire da soli.

Come detto sopra, la storia del cosacco ribelle e pretendente al trono (si faceva chiamare il vero Zar) è realmente accaduta, ed ha rappresentato per la Russia un periodo di particolare agitazione, per le forti tensioni esistenti tra le diverse classi sociali – che Puškin descrive ed enfatizza nel suo romanzo. La figura di Pugačëv, anche dopo la sua sconfitta, rimase significativa tra le classi meno abbienti (che costituivano la stragrande maggioranza della popolazione russa di quei tempi) anche negli anni a seguire.

Proprio la rilevanza che assunse la rivolta, e gli sforzi compiuti per sedarla, furono alcuni dei motivi per cui l’autore decise di pubblicare l’opera in forma anonima a sue spese.

Credo che la scelta di Puškin sia stata abbastanza logica, se si pensa al fatto che la figura di Pugačëv non è stata demonizzata, ma descritta spesso anche nel suo lato umano (immagino questo potesse non piacere, considerato anche che le ricerche per la preparazione del saggio sulla rivolta erano state pagate dallo stato, senza che però lo stesso saggio ottenesse il successo sperato).

Potete trovare maggiori dettagli su Wikipedia, alla voce Emel’jan Ivanovič Pugačëv, o leggendo il saggio di Puškin sopra citato.

Un piacevole romanzo breve di uno dei principali esponenti della letteratura russa, le cui opere furono di ispirazione a molti dei grandi scrittori che seguirono nella seconda parte dell’ottocento.

Recensione di Diego Manzetti

 

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