Romano Bracalini è autore per la Rai di servizi speciali e documentari storici. Studioso di storia italiana dell’Ottocento e del Novecento, si è dedicato sistematicamente alla riconsiderazione critica del mito risorgimentale. Ha fatto parte del comitato scientifico dell’Istituto lombardo per la pubblicazione delle opere di Carlo Cattaneo.

Giornalista e inviato, è stato vicedirettore dell’edizione milanese del Tg3. Ha collaborato a Il Mattino, Il Giorno, Il Giornale, Il Sole 24 Ore, Libero. Tra i suoi libri: “Il re vittorioso” (Feltrinelli, 1980), “La regina Margherita” (Rizzoli, 1983), “Celebri e dannati” (Longanesi, 1985), “Non rivedrò più Calatafimi” (Rizzoli, 1989), “Mazzini, il sogno dell’Italia onesta” (Mondadori, 1993), “Cattaneo, un federalista per gli italiani” (Mondadori, 1995), “L’Italia prima dell’Unità 1815-1860” (Bur, 2001), “Casa Savoia. Diario di una monarchia” (Mondadori, 2001, con Maria Gabriella di Savoia), “Otto milioni di biciclette, la vita degli italiani nel Ventennio” (Mondadori 2007, anche negli Oscar), “Paisà, vita quotidiana nell’Italia liberata dagli alleati” (Mondadori, 2008), “Brandelli d’Italia, 150 anni di conflitti Nord – Sud” (Rubbettino, 2010).L’autore è intervenuto quest’anno ad una moltitudine di convegni di approfondimento sulla storia italiana, organizzati in occasione dei festeggiamenti celebrati per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Lo intervistiamo via e-mail, uno strumento che l’autore usa assiduamente, a dispetto dell’età ormai matura, a riguardo della sua ultima opera, Brandelli d’Italia, 150 anni di conflitti Nord – Sud.

Profondo conoscitore della storia italiana, è uno studioso senza fronzoli, ovvero senza ipocrisie e boria, raro nel panorama storiografico italiano. Chi lo ha letto o lo ha ascoltato dal vivo, ne conosce anche lo stile colto e ironico.

Qual è l’arco temporale abbracciato dal suo libro?

Il libro copre praticamente 150 anni di storia. Prende le mosse dalla guerra al “brigantaggio” e dal trauma provocato nelle popolazioni meridionali alle quali venne poi imposto di pagare la quota più alta del debito pubblico assommato dai sette stati preunitari. Lo si giustificò come un anticipo sulle spese delle opere pubbliche che i governi borbonici avevano tralasciato di fare.

Il suo è un libro accademico, che ripercorre con completezza il processo unitario, oppure è una selezione di alcuni episodi? In questo secondo caso, qual è il criterio della selezione?

Il libro è la narrazione puntuale e sistematica dei rapporti tra le due Italie, del conflitto Nord-Sud che, come ho detto prima, si era immediatamente palesato all’indomani della proclamazione del regno d’Italia. Mentre a Torino si festeggiava, al Sud infuriava una feroce “guerra di secessione”. A dispetto della retorica patriottarda non fu possibile nascondere l’amara realtà. I meridionali non volevano sottostare al nuovo ordine politico considerato per lungo tempo “straniero”.

Cosa distingue questo libro dai precedenti che ha scritto sullo stesso argomento: nuove ricerche forse? O un diverso approccio alla materia?

Al Risorgimento ho dedicato molti libri ma in una chiave diversa. Ho scritto biografie di Mazzini e di Cattaneo. Mi sono occupato del movimento garibaldino. Ma è stato in prossimità del 150° anniversario dell’unità che mi sono accorto che un libro che ripercorresse le vicende politiche attraverso il contrasto Nord-Sud mancava; da qui la mia decisione di dedicare all’argomento, sottovalutato a bella posta dagli storico accademici, uno studio approfondito che andasse alla radice del problema e ne mettesse in evidenza gli aspetti meno noti, quando non assolutamente inediti.

Ci può raccontare uno dei fatti misconosciuti della storia italiana che sono così numerosi nel suo libro?

Trent’anni dopo l’unità, lo Stato italiano era già sul punto di andare in pezzi: l’identità nazionale restava debole, il contrasto Nord-Sud era accentuato non solo dal diverso grado di sviluppo economico, ma da una contrastante visione della vita. Al Sud c’era già una questione di legalità. Laggiù lo Stato era debole, e lo ancora oggi. Mafia e camorra erano infiltrate in tutte le amministrazioni pubbliche: le clientele e la corruzione erano un ostacolo alla crescita economica e culturale del Mezzogiorno. Filippo Turati, capo dei socialisti riformisti, era tra i maggiori critici di questo stato di cose. Ed esplicitamente parlava di doppia morale: c’era una morale del Nord e c’era una morale del Sud. Al Sud le elezioni erano manipolate regolarmente e venivano mandati a Roma i deputati che facevano comodo alla mafia e alla camorra. Così si erano formati due paesi incompatibili: il Nord europeo, industrale, produttivo;e il Sud burocratico, parassita, levantino. Un paese duale rimasto tale dopo un secolo e mezzo. Così, quando il contrasto parve non più sopportabile, i socialisti e i repubblicani lombardi immaginarono lo “Stato di Milano” che nei loro disegni presupponeva la più vasta autonomia di ogni regione italiana, in un disegno che richeggiava il sogno federalista di Carlo Cattaneo: magistrati reclutati sul territorio, scuola e leggi regionali. Una rivoluzione!
Edoardo Scarfoglio, paladino del Sud, giunse a minacciare la guerra delle regioni meridionali alle regioni settentrionali. Ma questo nei testi di storia ufficiale è un dettaglio che il lettore non trova. L’insurrezione di Milano nel 1898 parve al regime monarchico il tentativo di realizzare lo Stato di Milano ed è per questo che l’esercito ebbe l’ordine di reprimere nel sangue quella che era soltanto una protesta popolare contro il caro pane e per ottenete migliori condizioni di vita.

La sua produzione sulla storia del Risorgimento ha destato grande interesse durante quest’anno di celebrazione dei 150 anni dell’unità d’Italia. A cosa può servire oggi approfondire la conoscenza della storia italiana?

Libri controcorrente come il mio serviranno, me lo auguro, a riconsiderare ogni aspetto della nostra storia recente che l’ipocrisia nazionale ha preferito ignorare. E’ da una visione più completa della storia che si possono trovare i correttivi che hanno finora impedito di sanare la frattura orizzontale che ancora oggi divide in due il paese. Ma dubito che la retorica nazionale riconosca gli errori che sono stati compiuti. Non vedo la volontà di fare autocritica.

Qual è il personale giudizio politico che si è formato in anni di studi?

L’idea che mi sono formato, e lo dico nel libro, è che il paese così com’è non può durare. Il conflitto Nord-Sud, se non lo si risolve, rischia davvero che le due parti del paese entrino in collisione. Si rischia che il Nord e il Sud vadano ciascuno per contro proprio, come è avvenuto recentemente in Belgio tra fiammighi e valloni. L’Italia è il solo paese dell’Europa occidentale che abbia al proprio interno due realtà contrapposte o, come io dico, due paesi diversi e quasi “stranieri”, due Italie che non vogliono diventare una.

di Giacomo Robutti