La domanda che pongo è annosa e si può liquidare, volendo, con un semplice sì o no, ma di certo non mi limiterò a questo. In realtà non so ancora bene cosa mi prefiggo con questo mio articolo, ma cercherò di capirlo mentre scrivo. Le idee sono così: si evolvono, come le persone. Mi viene in mente un aneddoto del grande filosofo francese Jaques Deridda,  il quale, dovendo scrivere la sua tesi di Laurea, si trovava di fronte a un blocco iniziale, l’horror vacui della pagina bianca. Allora si rivolse più o meno in questi termini al un giovane aiutante professore, Michel Foucalt: Io vorrei scrivere, ma non ho idee. Foucalt gli rispose: Scriva, scriva che le idee le verranno.

Probabilmente, come avrete capito da questa mia introduzione, io sono di quelli del partito che sì, un libro ti può cambiare la vita, nel bene e nel male; i libri ti tengono compagnia e ti permettono di confrontarti con delle grandi menti e a volte – come è successo nel mio caso – ti consentono di porti con un atteggiamento diverso verso la vita.

Il libro fondamentale della mia vita è stato Le città invisibili di Italo Calvino, che ha avuto il merito di farmi vedere il mondo sotto un altra ottica, meno nichilistica, permettendomi di sorpassare il modello pavesiano, che tanti giovani hanno amato. Si può infatti anche essere anche influenzati negativamente da alcuni libri. Basti pensare al caso dell’assissino di John Lennon, il quale  venne trovato con in mano una copia di de The cathcher in rye, meglio conosciuto in Italia come Il giovane Holden, di J.D. Salinger. 

A volte poi il libri possono essere veri e propri compagni di vita, al punto che finisci per perderti in essi. Il protagonista de La nausea di Jean Paul Sartre, verso la fine dell’opera, arriva alla seguente conclusione:

Potrebbe perfino essere un apologo: c’era un povero diavolo che s’era sbagliato di mondo. Esisteva, come gli altri, nel mondo dei giardini pubblici, delle bettole, delle città commerciali e voleva persuadersi che viveva altrove, dietro la tela dei quadri, con i dogi del Tintoretto, con i gravi fiorentini di Gozzoli, dietro le pagine dei libri, con Fabrizio del Dongo e Julien Sorel, dietro i dischi fonografici, con i lunghi lamenti secchi del jazz. E poi, dopo aver fatto ben bene l’imbecille, ha capito, ha aperto gli occhi, e ha visto che c’era stato uno sbaglio: era in una bettola, per l’appunto, davanti ad un bicchiere di birra tiepida. È rimasto accasciato sul sedile, ed ha pensato: sono un imbecille

Il protagonista del bellissimo film di Ermanno Olmi invece, dopo aver speso una vita a studiare, dichiara che: “tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico“.

Cosa ne pensate?

di Daniele Pitzalis