L’ho fatto di nuovo. So che non sta bene, ma è più forte di me. Io provo a evitare, ma proprio non riesco: è che gli occhi vanno proprio per conto loro, frugano, scrutano, osservano. Ma mai in modo fastidioso: sono furbi loro, sanno bene come mantenere sempre il giusto grado di dissimulazione. Appena la persona osservata li sente posarsi su di sè cambiano traiettoria, repentini, allenati. Si mettono a vagare in giro, fingendo noia, noncuranza e anche disattenzione.

Sono in metro, un libro tra le mani e il cellulare sulle gambe che vibra di tanto in tanto, segnalando il mio turno di parola in una conversazione sbocconcellata con un amico lontano. Di fronte a me un signore in cravatta gioca a Ruzzle. Lo si capisce dai movimenti scattosi dell’indice sullo schermo, un po’ mirati, un po’ a casaccio. Lo tradisce anche quel sorriso soddisfatto quando scopre le parole lunghe e soprattutto quel dlin dlin dlin di sottofondo, un suono orrendo per chi ascolta, ma vera musica per le orecchie dei giocatori incalliti, per i quali rappresenta una fanfara sulle proprie vittorie.

Al suo fianco siede una signora. Legge. I miei campanelli di allarme interni sono tutti allertati. Io ci provo, lo giuro, a controllare quell’istinto, ma davvero, non resisto. Gli occhi la fissano. Devo scoprire cosa.

“Oh perbacco, – penso subito – che lettura seria!”. La donna sta seduta dritta, rigida e tiene il libro poggiato bell’aperto sui palmi della mano aperti, sospesi a mezzo busto. Il risultato è che la copertina del libro è esattamente parallela alle sue gambe e non se ne scorge nemmeno un pezzettino. Se resta così sarà impossibile ricavare informazioni dirette. La prendo alla larga e scatta il piano B: ormai, dopo anni e anni di esperienza, il mio cervello ha memorizzato le caratteristiche principali di ciascuna casa editrice: colore della carta, spessore, tipologia di copertina, carattere. Ma nulla, sono troppo lontana e la posizione del volume non aiuta. Poi, all’improvviso, un tizio che deve scendere perde l’equilibrio e sta quasi per cadere addosso alla signora che accortasi della scena si porta il libro al petto, in un gesto di difesa.

Gelo.

La scoperta è agghiacciante: la copertina è stata rivestita. Sono in preda allo sconforto. Ma a chi diavolo viene ancora in mente di mettere una copertina a una copertina? Starà mica leggendo il sussidiario delle elementari, che deve durare un anno intero e bisogna proteggerlo dall’usura e dalle violenze quotidiane! Ma poi: a chi salta in mente di usare la carta dei volantini del supermercato per rivestire un libro di lettura? La storia del riciclo rovinerà il mondo.

Morale della favola? Sul libro non scopro nulla ma vengo a conoscenza dell’offerta dello yogurt Yomo alla Conad. Rabbia. Tutt’al più, appena scendo ci passo, alla Conad, e mi consolo con un vasetto di yogurt ai biscotti Plasmon, che poi è il mio gusto Yomo preferito.

Ma più di una volta ho imparato che anche quando tutto sembra perduto, la vita ti riserva davvero delle sorprese niente male.  A un certo punto alla tipa cade il segnalibro e siccome l’occasione, si sa, fa l’uomo ladro, mi precipito a raccoglierlo.

Alzarmi per porgerglielo mi offre un vantaggio visivo non trascurabile: si tratta di pochi secondi in cui incrociare il suo sguardo riconoscente, ricambiare al suo grazie con un sorriso, ma soprattutto gettare uno sguardo intenso e veloce sulla pagina aperta, compiere la mia missione e trovare pace alle mie smanie. Qui c’é in ballo l’umore di un’intera giornata.

Sorrido. Lo capisco subito, mi basta un nanosecondo, come ho fatto a non pensarci prima? Saranno state la sorpresa e la fretta. Le dimensioni, il carattere, la grandezza del corpo e soprattutto quella carta inconfondibile, quella che somiglia alla carta igienica da bar … La signora legge un Harmony. Ora mi è tutto chiaro: la posizione raccolta, quasi stesse consultando i verbali segreti della CIA, l’assoluta concentrazione, con lo sguardo fisso sulle pagine e, ahimè, l’indizio della copertina occultata.

In un mondo in cui bisogna essere sempre più smart, per una donna che si dice moderna leggere un Harmony sembra ancora costituire un piacere privato e proibito. Si può ostentare con spavalderia l’ultimo libro di Saviano, con la copertina total black attraversata da tre strisce di cocaina, si può sbirciare nelle fantasie erotiche di una giovane studentessa e del suo anziano professore tra mille e passa sfumature di grigio, ma un Harmony resta un piacere di cui vergognarsi.

La nuova donna moderna non deve essere sentimentale, non può ostentare quelle copertine fucsia inequivocabili, ne perderebbe in credibilità. E così è costretta a ritagliarsi uno spazio segreto di lettura, portando in giro il suo opuscolo di sentimenti in incognito, mascherato da spot pubblicitario di un banco frigo.

Per distrarmi ho frugato dal cellulare sul sito di Harmony e ho fatto una scoperta che mi ha davvero sorpresa: pensavo di avere a che fare con storielle d’amore di poco conto, tutte modellate su di un medesimo schema, ma Harmony è molto di più. Il suo catalogo ha circa sei sottogeneri, tra cui spiccano il suspence, il nocturne e la sezione sui romanzi storici, per non contare poi la miriade di sottocollane. Roba seria, mica favolette da quattro spicci.

Scendo dalla metro sorridendo. Ho in mente questa riflessione e sorrido di me stessa. Quasi ho vergogna di questa curiosità che ha violato il segreto della signora. In fondo che male c’è a volersi godere in santa pace una sferzata di coccole, il sogno di un amore romantico, la trepidante attesa di una dichiarazione strappalacrime. Scendendo vengo assalita da una fiumana di gente che torna a casa. Una delle signore in attesa di salire sulla banchina ha tra le mani un libro, l’ultimo di Barbara D’Urso.

Mi viene d’istinto, cerco in borsa il volantino del supermercato di quartiere, trovato nella buca delle lettere questa mattina. Che non possa servirle per fare da copertina?

di Stefania De Lucia